La bagna cauda, un piatto tra Liguria e Piemonte

ImmersioneinCucina apre l’anno con una ricetta che è un classico esempio di cucina transregionale, la bagna cauda.

Un piatto che nasce sui confini, dove Liguria e Piemonte si incontrano da secoli attraverso commerci, mercati e sapori, creando un intreccio culturale e gastronomico unico.

Curiosità storiche

In questo contesto, gli acciugai liguri offrivano le loro acciughe sotto sale: un prodotto ideale per il trasporto, la conservazione e conveniente dal punto di vista economico. Anche l’olio d’oliva è parte integrante di questo patrimonio: perfetto per lunghe cotture dolci e coerente con la tradizione della cucina ittica ligure.

Una curiosità storica riguarda il ruolo centrale e strategico del sale. Durante il Medioevo e l’età moderna, questo prodotto era gravato da pesanti tasse nel territorio sabaudo. Di conseguenza, le acciughe sotto sale liguri risultavano più economiche del sale puro. Da qui nasce la leggenda secondo cui i piemontesi comprassero il sale “travestito da pesce”. In questo senso, la bagna cauda può essere vista come una soluzione culinaria a un problema fiscale, un esempio geniale di adattamento gastronomico e ingegno popolare.

La bagna cauda nasce quindi da una vera e propria “dipendenza strutturale” del Piemonte dai prodotti liguri. Pur senza rinunciare alla propria identità, la cucina piemontese li esalta, trasformandoli in un simbolo della cultura gastronomica italiana.

È così che questa pietanza racchiude un microcosmo culinario: ingredienti liguri come olio e acciughe si fondono con prodotti piemontesi, come le varietà di peperoni invernali e i cardi.

bagna cauda by ImmersioneinCucina, ingredenti principali
bagna cauda by ImmersioneinCucina, ingredenti principali

BAGNA CAUDA, QUALI INGREDIENTI USARE?

Per questa ricetta abbiamo scelto il peperone tardivo piemontese della varietà Carmagnola, da preferire a molte varietà comuni per la sua maggiore digeribilità. La pelle si stacca facilmente dopo la cottura, la polpa è ampia e carnosa, capace di assorbire bene la bagna senza disfarsi. È inoltre una scelta storicamente coerente, legata all’area di origine della bagna cauda.

Altrettanto valide sono anche le varietà Quadrato d’Asti e Corno di Toro, entrambe adatte per struttura, sapore e tradizione a questo piatto simbolo della cucina piemontese.

In alternativa, o in abbinamento ai peperoni, potete utilizzare anche i cardi, scegliendo preferibilmente il Cardo Gobbo del Monferrato, particolarmente indicato per questa preparazione e profondamente legato alla tradizione del piatto

  • 6 teste di aglio
  • 5 etti di acciughe sotto sale
  • Mezzo litro di latte
  • 6 bicchieri di olio evo
  • Peperoni invernali o/e Cardi Gobbi

BAGNA CAUDA, COME SI FA?

Un consiglio per la preparazione: verificate sempre la salinità delle acciughe che acquistate. In linea di principio, per questo piatto le acciughe non andrebbero lavate, perché il sale fa parte dell’equilibrio della ricetta. Tuttavia, se vi accorgete che sono particolarmente cariche di sale, potete sciacquarle rapidamente sotto l’acqua corrente, giusto il tempo di eliminare l’eccesso, senza snaturarle.

Per la cottura, l’ideale è utilizzare un tegame di coccio: mantiene meglio il calore, lo distribuisce in modo uniforme e aiuta a evitare bruschi sbalzi di temperatura. Un dettaglio che fa la differenza per ottenere una bagna cauda morbida, stabile e ben equilibrata.

  1. Per prima cosa pulite le acciughe e togliete la lisca, ma senza lavarle: devono restare belle saporite.
  2. Spellate l’aglio ed eliminate l’anima interna, così risulterà più digeribile. Mettetelo in un pentolino con il latte e fatelo cuocere a fuoco dolce, senza mai far bollire. L’aglio deve solo ammorbidirsi.
  3. Quando è pronto, eliminate il latte e schiacciate l’aglio con una forchetta fino a ottenere una crema bianca e liscia.
  4. Rimettete il pentolino sul fuoco, aggiungete l’olio extravergine d’oliva e poi le acciughe. Cuocete sempre a fiamma bassissima, mescolando piano, finché le acciughe non si sciolgono completamente e si amalgamano all’olio, formando una salsa profumata e vellutata.
  5. Nel frattempo occupatevi dei peperoni: cuoceteli in forno a 200°C per 30–40 minuti, finché la pelle non risulta ben abbrustolita.
  6. Una volta sfornati, chiudeteli in un sacchetto di carta o in una ciotola coperta per 10–15 minuti. Questo passaggio vi permetterà di spellarli facilmente ed eliminare semi e filamenti interni. In più, così preparati, risultano anche molto più digeribili.
  7. Tagliate i peperoni nel senso della lunghezza e disponeteli su un vassoio da portata. Portate in tavola la salsa ben calda, versandola in una ciotola a parte, meglio se in coccio.
  8. Servite il tutto in un piatto o vassoio comune, così da richiamare lo spirito conviviale e di condivisione che da sempre caratterizza questa preparazione. La bagna cauda è un piatto da mangiare insieme, lentamente, attorno alla tavola.

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Farinata di zucca, l’anima del Ponente genovese.

Immersioneincucina continua il suo viaggio tra i sapori autentici della gastronomia ligure alla scoperta della farinata di zucca, una preparazione tipica e profondamente radicata nei quartieri genovesi di Sestri Ponente, Pegli, Pra’ e Voltri.

Questa ricetta, identitaria del Ponente genovese, è una preparazione semplice e “povera”, nata per non sprecare nulla e realizzata con pochi ingredienti.

Un tempo, i quartieri genovesi del Ponente erano zone agricole ricche di orti e colture familiari: tra queste, la zucca era una delle più diffuse e veniva utilizzata in mille piatti della cucina quotidiana. Qui, tra mare e colline, profumi di terra e stagionalità si intrecciano dando vita a preparazioni che ancora oggi raccontano la storia del luogo.

La farinata di zucca si inserisce perfettamente nella lunga tradizione ligure delle paste matte e delle sfoglie sottili impiegate per racchiudere le verdure dell’orto: la stessa famiglia gastronomica di cui fanno parte la torta pasqualina, la torta baciocca, la torta di riso, quella di cipolle e la torta di zucchine trombetta.

l nome “farinata” può trarre in inganno, ma in Liguria è comune utilizzare questo termine per indicare preparazioni sottili cotte in teglia, non necessariamente legate alla farina di ceci.
E infatti la ricetta di oggi, nonostante il nome, non ha nulla a che vedere con la farinata di ceci: qui non si usa farina di ceci, ma una base completamente diversa.

Ogni territorio racconta una storia attraverso la sua cucina e le sue tradizioni. Il bello è scoprirle tutte, perché ogni ricetta è una lingua: parla del luogo da cui nasce. E la farinata di zucca racconta, con semplicità, l’anima agricola e marinara del Ponente genovese.

Farinata di zucca by ImmersioneinCucina, gli ingredienti principali.

FARINATA DI ZUCCA, QUALI INGREDIENTI USARE?

Per il ripieno

  • 800 g zucca pulita
  • Olio extravergine oliva (meglio se taggiasco)
  • 2 cucchiai di farina mais
  • 100 g di Parmigiano grattugiato
  • Sale
  • Origano

Per la pasta matta

  • 250 g farina grano tenero
  • 50 g di farina mais (tipo per polenta)
  • 2 cucchiai d’olio EVO
  • Sale
  • Acqua tiepida
Farinata di zucca by ImmersioneinCucina, punto 1.

FARINATA DI ZUCCA, COME SI FA?

  1. Preparate la zucca: grattugiatela tutta e lasciatela riposare almeno un’ora con un peso sopra, così da far perdere l’acqua in eccesso.
  2. Impastate la pasta matta: in una ciotola capiente unite farina, olio e sale; aggiungete l’acqua poco alla volta fino a ottenere un impasto morbido ed elastico. Coprite e lasciate riposare 30 minuti.
  3. Preparate il ripieno: strizzate leggermente la zucca e mescolatela con Parmigiano, olio, sale e farina di mais.
  4. Accendete il forno a 200°C.
  5. Stendete la pasta molto sottile, foderate una teglia unta d’olio e lasciate un po’ di bordo. Versate il ripieno di zucca e ripiegate i bordi verso l’interno. Cospargete con origano.
  6. Cuocete per circa 30 minuti, finché la superficie risulta dorata.

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Castagnaccio ligure, una ricetta che profuma d’autunno.

Immersioneincucina continua il suo viaggio tra i sapori autentici della gastronomia ligure con uno dei dolci più antichi e simbolici della regione: il castagnaccio, o castagnascia in dialetto. Una torta semplice e genuina, profondamente radicata nella tradizione rurale dell’Appennino e della costa ligure.

In Liguria il castagnaccio è il dolce autunnale per eccellenza, preparato tra ottobre e dicembre, quando nei mercati arriva la farina di castagne nuova, profumata e appena macinata.

Il pane dei poveri, origini e curiosità.

Un tempo le castagne erano conosciute come il “pane dei poveri”: bastavano farina, acqua e olio extravergine d’oliva per ottenere un dolce nutriente, alla portata anche delle famiglie più umili.

La ricetta ha origini antiche, risalenti almeno al Medioevo, quando la farina di castagne — conservabile a lungo, energetica e incredibilmente versatile — rappresentava uno degli alimenti fondamentali delle zone interne della Liguria e dell’Appennino ligure–tosco–emiliano.

La tradizione popolare vuole persino che il castagnaccio fosse un dolce “portafortuna” in amore: si diceva infatti che una ragazza, offrendo una fetta a un giovane, potesse conquistarne il cuore.

Oggi questa ricetta è ancora molto amata e diffusa soprattutto nelle valli genovesi — Val Polcevera, Val Trebbia, Valle Sturla — ma anche nella Val Graveglia, nello spezzino, e in molte zone dell’entroterra savonese e imperiese. Immancabile nelle feste dei borghi e nelle sagre della castagna, il castagnaccio racconta, a ogni morso, una storia di semplicità, natura e tradizione.

CASTAGNACCIO , QUALI INGREDIENTI USARE? (UNA TEGLIA MEDIA)

L’ingrediente protagonista di questa ricetta è la farina di castagne, la stessa che da secoli dà vita a uno dei dolci più antichi e identitari della Liguria. Una preparazione semplice e “povera”, ma incredibilmente ricca di storia, che ancora oggi profuma di boschi, di autunno e di tradizione.

Nel tempo, la ricetta originale ha dato vita a infinite interpretazioni: c’è chi aggiunge noci o nocciole per un tocco più croccante, chi sostituisce i semi di finocchio con rosmarino fresco, e chi profuma la pastella con un goccio di liquore. Qualunque variante scegliate, ricordate una cosa: il castagnaccio è un dolce che premia la semplicità.

Noi vi proponiamo la versione più fedele alle origini quella che ricorda da vicino il castagnaccio preparato un tempo nelle case dell’entroterra ligure.

  • 500 grammi di farina castagne
  • 70 grammi uvetta
  • 40 grammi pinoli 
  • 1 cucchiaino semi finocchio
  • 100 ml olio evo
  • Acqua
  • Un pizzico di sale
Il castagnaccio, uno dei dolci più antichi e simbolici della gastronomia ligure. Preparazione autunnale per eccellenza.
Castagnaccio ligure by ImmersioneinCucina, fase 5 teglia e decorazione.

CASTAGNACCIO, COME SI FA?

Il castagnaccio è delizioso appena sfornato, quando è ancora tiepido, ma dà il meglio di sé dopo qualche ora — e qualcuno dice addirittura il giorno dopo! Accompagnatelo con una tazza di tè, un bicchiere di vino dolce o semplicemente così com’è.

  1. Per prima cosa, setacciate la farina in una ciotola ampia. Aggiungete un pizzico di sale e iniziate a mescolare, versando l’acqua poco alla volta: dovete ottenere una pastella morbida, quasi liquida, liscia e senza grumi.
  2. Unite l’olio extravergine e date ancora qualche mescolata.
  3. Lasciate riposare l’impasto una notte in frigorifero. Cosi facendo l’amalgama sarà più intenso e il castagnaccio verrà ancora più buono!
  4. Il giorno dopo mettete l’uvetta in ammollo in acqua tiepida per una decina di minuti, quindi scolatela e asciugatela.
  5. Ungete una teglia dai bordi bassi e versate il composto. Decorate la superficie con uvetta, pinoli e semi di finocchio: sono loro a dare al castagnaccio quel profumo antico e inconfondibile.
  6. Infornate a 180°C (forno già caldo) per circa 30 minuti.
    Il castagnaccio è pronto quando sulla superficie compariranno le classiche crepe, segno che la farina ha assorbito perfettamente tutta l’umidità.

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Grano dei morti, celebrare i nostri cari con un dolcetto.

ImmersioneinCucina si prepara anche quest’anno a celebrare los dias de los muertos tra il 28 Ottobre e il 3 Novembre. Lo facciamo riscoprendo insieme una ricetta della tradizione mediterranea dalle radici antiche e dal profondo valore simbolico: il grano dei morti.

Cuocere il grano e offrirlo in occasione delle commemorazioni dei defunti è un gesto che affonda le sue origini in tempi lontanissimi, quando i popoli dell’antica Roma e della Grecia utilizzavano il grano come simbolo di vita, morte e rinascita.
Nel corso dei secoli, questa tradizione si è diffusa in tutto il Mediterraneo, trovando nuova espressione tra i cristiani ortodossi dell’area turco-balcanica e mantenendosi viva. nel nostro Paese è rimasta radicata in particolare nel meridione e nelle zone della Puglia e Basilicata, dove ancora oggi il “grano cotto” viene preparato per ricordare chi non c’è più.

Grano, vin cotto e melograno: il sapore antico del Giorno dei Morti

Una preparazione, in cui nulla è lasciato al caso: il grano rappresenta la continuità della vita, il melograno la fecondità e la rinascita, il vin cotto e la frutta secca la dolcezza della memoria e il senso della festa. Un insieme di sapori e simboli che, uniti, raccontano il legame profondo tra la terra, il ciclo della natura e la memoria dei nostri cari.

Una tradizione che ci ricorda che anche nei riti più semplici, come condividere un dolce, si nasconde un modo per tenere viva la connessione tra i vivi e chi continua a far parte della nostra storia.

Grano dei morti by ImmersioneinCucina, ingredienti.
Grano dei morti by ImmersioneinCucina, ingredienti.

GRANO DEI MORTI, CHE INGREDIENTI USARE?

  • 100 grammi di grano
  • 50 grammi cioccolato fondente
  • 40 grammi di frutta secca noi abbiamo usato noci e nocciole
  • 1 melograno
  • 1 cucchiaino di vin cotto o mosto d’uva 
Grano dei morti by ImmersioneinCucina, fase n.1
Grano dei morti by ImmersioneinCucina, fase n.1

GRANO DEI MORTI, COME SI FA?

Consiglio: il grando dei morti è molto buono e affascintante appena preparato, quando il grano è ancora lucido e i chicchi di melograno brillano come piccole gemme. Tuttavia condite solo la parte che intendete gustare subito. Il mosto, col tempo, tende a compattare il composto e a renderlo più denso.

  1. La sera prima, mettete il grano in ammollo: un gesto semplice che sa già di attesa e di memoria.
  2. Il giorno dopo, scolatelo e cuocetelo in abbondante acqua per circa 40–50 minuti, finché i chicchi saranno morbidi ma ancora integri. Poi scolatelo e lasciatelo raffreddare — il tempo di preparare il resto e lasciar respirare il profumo del grano appena cotto.
  3. Nel frattempo, tritate grossolanamente la frutta secca e il cioccolato: la prima regala croccantezza, il secondo aggiunge la nota dolce e profonda che lega tutti i sapori.
  4. Pulite con pazienza il melograno, ricavando solo i chicchi rossi (niente pellicina bianca!) e lucenti, simbolo di vita e rinascita.
  5. Quando il grano sarà freddo, unitelo agli altri ingredienti: versate il cioccolato, la frutta secca e i chicchi di melograno, poi aggiungete un cucchiaino di mosto d’uva o di vin cotto. Mescolate con delicatezza, lasciando che i profumi si fondano in un equilibrio armonioso di dolce, croccante e fresco.

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Napoli gastronomica

I viaggi di ImmersioneinCucina non sono mai individuati a caso: sono improntati sulla ricerca gastronomica. Napoli, con la sua straordinaria identità culinaria, non fa eccezione!

La cucina tradizionale napoletana rende il capoluogo campano una meta imperdibile, a prescindere dalla motivazione del viaggio. Ancora di più se è la ricerca gastronomica a spingervi a partire.

A Napoli, ogni morso è un racconto. Dal profumo del ragù che sobbolle per ore alla fragranza della pizza appena sfornata, la cucina partenopea è fatta di gesti antichi e sapori sinceri. È la voce delle nonne che tramandano ricette, è il mare che porta il pesce fresco al mercato, è la strada che profuma di sfogliatelle calde. Qui il cibo non si assaggia soltanto: si vive, e rende la città una meta che resta nel cuore.

NAPOLI GASTRONOMICA, LE SPECIALITA’ DA NON PERDERE.

La cucina napoletana rappresenta una delle espressioni più autentiche della tradizione gastronomica italiana. Ricca di sapori intensi e ingredienti genuini, incarna l’anima culturale e storica della città. I piatti tipici della Campania sono il frutto di influenze secolari, nate dall’incontro tra le molte culture che hanno attraversato la regione: Greci, Romani, Spagnoli e Francesi.

Napoli gastronomica by ImmersioneinCucina. Ziti con ragù napoletano.
Napoli gastronomica by ImmersioneinCucina. Ziti con ragù napoletano.
  1. La pizza napoletana è molto più di un semplice piatto: è un simbolo culturale, un’icona gastronomica riconosciuta a livello mondiale e una tradizione profondamente radicata nel cuore dei napoletani. Grazie alla sua storia secolare, alla qualità degli ingredienti e alla maestria dei pizzaioli, nel 2017 l’arte del pizzaiuolo napoletano è stata dichiarata Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO. Questo piatto umile, venduto per strada, conquistò rapidamente le classi popolari grazie al suo costo contenuto e al sapore straordinario. Da cibo “povero” a eccellenza globale: la pizza napoletana continua ancora oggi a raccontare una storia fatta di passione, tradizione e identità.
  2. Pizza fritta e montanara. Entrambe sono deliziose varianti della pizza tradizionale, ma a differenza di quest’ultima che ha assunto fama internazionale è raro trovarle al di fuori del territorio campano. Spesso si fa un po’ di confusione tra le due, sebbene rientrino ambedue nella categoria delle pizze fritte, la differenza principale sta nella forma e nella farcitura. La prima è chiusa a mo’ di calzone, con un ricco ripieno all’interno -solitamente ricotta, cicoli, provola, salame o pomodoro-, la seconda invece ha una forma rotonda, vuota all’interno e viene condita in superficie -generalmente con pomodoro, parmigiano e basilico-.
  3. La Mozzarella. dolce, delicata, raffinata e candida; liscia, tenera e morbida al tatto. La mozzarella campana è uno dei prodotti più tipici e sensuali d’Italia. In particolare, la mozzarella di Agerola, proveniente dall’omonimo paese in provincia di Napoli, è realizzata con latte fresco di vacche locali. Si distingue nettamente da qualsiasi mozzarella industriale per la sua consistenza morbida e per la caratteristica lacrima lattiginosa che sgorga dal cuore al primo taglio. Diversa, ma altrettanto straordinaria, è la Mozzarella di Bufala Campana DOP, ottenuta da latte intero di bufale di razza mediterranea italiana. Tutte le varietà di mozzarella campana si sposano perfettamente con i piatti della tradizione locale: su tutti la pizza, ma anche ricette semplici come pane casereccio e mozzarella, dove ogni morso è un omaggio alla genuinità.
  4. Pasta, patate e provola è uno dei piatti più amati dai napoletani, un vero comfort food che unisce semplicità e gusto. Alla base c’è un soffritto ricco di cipolla e pancetta, su cui vengono aggiunte patate gialle e farinose, qualche pomodorino e foglie di basilico fresco per un tocco di colore e profumo. A completare il piatto, abbondanti cucchiaiate di parmigiano grattugiato e generosi dadini di provola, che sciogliendosi rendono la consistenza cremosa, filante e irresistibile. Un piatto “povero” solo all’apparenza, che racchiude tutta la sapienza e l’anima della cucina partenopea.
  5. Ragù napoletano è molto più di una semplice salsa di pomodoro: è un vero e proprio rito, un’istituzione della cucina partenopea. Diverso dal più noto ragù bolognese, quello napoletano si prepara con tagli di carne di manzo o maiale, cotti a fuoco lento per molte ore, fino a ottenere una salsa densa, corposa e ricchissima di sapore. È il protagonista indiscusso della domenica napoletana, servito con la pasta – preferibilmente ziti spezzati a mano – in un abbraccio di gusto che racconta tradizione, famiglia e attesa.
  6. Sugo alla Genovese – o ‘a genovese, in dialetto napoletano – è uno dei capisaldi della cucina tradizionale partenopea, nonostante il nome possa trarre in inganno. Si tratta di un salsa ricca e saporita, preparato con un soffritto di carote, sedano e una grande quantità di cipolle, in cui viene cotto lentamente uno spezzatino di manzo, spesso sfumato con vino rosso. Il risultato è un condimento denso, dolce e profumato, che avvolge la pasta in modo straordinario.
  7. Frittata di pasta. Questa pietanza è un piatto unico, gustoso ed ecosostenibile, nato per riutilizzare e valorizzare la pasta avanzata. Gli spaghetti si trasformano in una preparazione compatta e saporita grazie all’unione con uova, parmigiano e caciocavallo, a cui si possono aggiungere provola, scamorza, salame o prosciutto cotto, a seconda dei gusti e della disponibilità. Il risultato è una frittata dorata, croccante fuori e morbida dentro, ancora più buona se gustata fredda, magari il giorno dopo.
  8. Pasticerria napoletana. L’incredibile varietà e bontà della gastronomia campana non smette di stupire anche in pasticerria. Il dolce campano più famoso è probabilmente il babà ma non lasciatevi sfuggire un assaggio delle buonissime sfogliatelle in entrambe le versioni – riccia e liscia – e la classica pastiera napoletana -il dolce pasquale per eccellenza- a base di grano, ricotta, canditi e profumo d’arancia.

NAPOLI GASTRONOMICA, ANTICHE PIZZERIE E FRIGGITORIE

La cucina più autentica e verace si trova nel cuore pulsante della città, servita a prezzi accessibili, in locali piccoli e modesti, ma dove si mangia divinamente. Il nostro consiglio? Evitate i ristroranti di grande richiamo piuttosto cercate le antiche pizzerie e le friggitorie nei quartieri popolari: è lì che si custodisce il vero sapore di Napoli.

La tradizione dello street food napoletano affonda le sue radici nei secoli passati, quando gli abitanti iniziarono a vendere cibo per strada come forma di sostentamento quotidiano. Con il tempo, queste semplici preparazioni si sono trasformate in vere specialità culinarie, tramandate di generazione in generazione e oggi simbolo della cultura gastronomica partenopea.

Napoli gastronomica by ImmersioneinCucina. Antica pizzeria Di Matteo un’istituzione nella storia della pizza napoletana tradizionale
Napoli gastronomica by ImmersioneinCucina. Antica pizzeria Di Matteo un’istituzione nella storia della pizza napoletana tradizionale

Immersioneincucina ne ha testato parecchie, questa è la nostra top 5.

  1. Antica pizzeria Di Matteo, in via dei Tribunali, 94. Rappresenta un’istituzione nella storia della pizza napoletana tradizionale. Una delle migliori espressioni dello street food napoletano dal 1936 con posti a sedere in 5 spaziose stanze o servizio al bancone sulla via. Da non perdere la golosa frittatina di pasta.
  2. Antica friggitoria Masardona, in piazza della Vittoria, 5. Locale votato allo street food. Il regno della pizza fritta, ha pochissimi rivali. Specialità della casa è la pizza fritta semplice con provola oppure ripiena di ciccioli. Una bontà.
  3. Antica pizza fritta da zia Esterina, in piazza Trieste e Trento 53. Sorbillo che gestisce anche questa storica pizzeria, è una vera istituzione a Napoli, con diversi locali sparsi in città, lungo la penisola e anche all’estero. La particolarità di questo posto, però, è la sua storia: qui lavorava appunto zia Esterina Sorbillo, conosciuta da tutti come ‘a signora ‘e pizze fritte. Con le sue leggendarie pizze fritte ha sfamato intere generazioni di napoletani, lasciando un ricordo indelebile nel cuore della città.
  4. Tandem. Ha diverse sedi a Napoli, ma non lasciatevi scoraggiare da questo: la qualità resta altissima. In una città dove assaggiare il ragù è d’obbligo, questo locale rappresenta una tappa imperdibile, interamente dedicata a questa prelibatezza.
  5. Da Donna Teresa, in via Michele Kerbarker, 58. Osteria Slow Food nel quartiere di Vomero. Piccolo locale in una chiesetta scomincata, immutato da oltre un secolo. Con i suoi 9 tavoli è baluardo della ristorazione popolare urbana d’altri tempi. Accetta solo pagamenti in contanti. Menù giornaliero.

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MUSCOLI RIPENI ALLA SPEZZINA

Immersioneincucina continua il suo viaggio tra i sapori della cucina ittica ligure con i muscoli ripieni, un grande classico della tradizione gastronomica spezzina. Una ricetta che profuma di casa, di porto, e di convivialità.

È grazie al legame affettivo con la terra spezzina — dove affondano alcune delle nostre radici — che questa ricetta è entrata a far parte del nostro patrimonio gastronomico familiare. Per gli autori di questo foodblog non è solo un piatto: è un pezzetto di storia che si tramanda, un sapore che parla di luoghi, persone e momenti vissuti. Cucinare, per noi, è questo: un gesto d’amore, un modo per trasformare i ricordi in sapori..

MUSCOLI, COZZE, MITILI…

Stiamo parlando del mollusco conosciuto ai più con il nome di cozza o di mitilo anche se, come spesso accade in Italia per tanti prodotti alimentari, basta spostarsi di regione in regione per trovare diverse denominazioni dello stesso alimento. In Liguria siamo soliti chiamarli muscoli.

I muscoli vengono allevati e raccolti nel suggestivo Golfo dei Poeti, una perla del Mar Ligure che si estende tra Lerici e Porto Venere, in provincia della Spezia. Un angolo di costa incantevole, dove la mitilicoltura – ovvero l’allevamento dei mitili – ha radici profonde.

Questa tradizione risale agli ultimi decenni dell’Ottocento, anche se già gli antichi Romani avevano intuito le potenzialità di questi molluschi e tentarono i primi allevamenti. Da allora, i muscoli sono diventati protagonisti della cucina ligure, tanto da rappresentare un vero e proprio simbolo del territorio.

ma andiamo alla nostra ricetta!

MUSCOLI RIPIENI ALLA SPEZZINA , QUALI INGREDIENTI USARE? per 4 porzioni

Il periodo migliore per gustare i muscoli va da Maggio ad Agosto, quando sono più saporiti e carnosi. Non a caso, esiste anche un antico detto popolare -che in generale si riferisce a tutti i frutti di mare- il quale consiglia di evitare di consumarli durante i mesi con la R: i mesi autunnali e invernali che conincidono con i periodi riproduttivi.

  • 65 muscoli di misura media
Muscoli ripieni alla spezzina by immesioneinCucina, fase 6.
Muscoli ripieni alla spezzina infarciti by immesioneinCucina, fase 6.

per il ripieno

  • un uovo (facoltativo)
  • 150 gr. mortadella 
  • 2 spicchi d’aglio
  • mollica di pane
  • latte
  • parmigiano

per la salsa

  •  250 gr di pomodoro pelati
  • un bicchiere di vino bianco fermo
  • 2 spicchi di aglio 
Muscoli ripieni alla spezzina by ImmersioneinCucina: fase 3.
Muscoli ripieni alla spezzina by ImmersioneinCucina: fase 3.

MUSCOLI RIPIENI ALLA SPEZZINA, COME SI FA?

  1. Pulite bene i muscoli sotto l’acqua corrente, eliminando tutte le incrostazioni e la barbetta.
  2. Apriteli rigorosamente a crudo, per evitare che si schiudano durante la cottura e si perda così il ripieno. E tenetene da parte una quindicina: serviranno per preparare il composto con cui farcire gli altri.
  3. L’apertura dei muscoli è una fase delicata. Aiutatevi con un tagliere e un coltello a lama corta e punta affilata (vedi foto): fate una leggera leva di torsione sulla valva per spezzare il legamento che tiene unite le due metà, poi fate scorrere la lama intorno al mollusco, aprendolo solo parzialmente. Se tutto va bene, sentirete un piccolo clack quando il muscolo cede.
  4. Passate ora alla preparazione del ripieno. Tritate nel mixer i muscoli messi da parte, la mortadella spezzettata, l’aglio e il prezzemolo. Ammorbidite la mollica di pane nel latte e poi strizzatela bene. Unite il tutto in una ciotola con il parmigiano, l’uovo e una generosa macinata di pepe. Se vi piace, potete aggiungere anche della maggiorana fresca. Aggiustate di sale solo se necessario.
  5. Farcite con questo composto i muscoli aperti, aiutandovi con un cucchiaino.
  6. In un tegame largo e ben oliato fate soffriggere dolcemente l’aglio e il prezzemolo tritati. Sfumate con un po’ di vino bianco a fuoco vivo, quindi abbassate la fiamma e unite i pomodori.
  7. Sistemate i muscoli farciti nel sugo e lasciate cuocere a fuoco basso per circa 15 minuti. 

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